La libertà di scegliere: un diritto sotto sequestro – Il caso Huawei

In nome della sicurezza e della cosiddetta “sovranità digitale”, l’Unione Europea sembra pronta a sacrificare uno dei principi fondamentali delle democrazie liberali: la libertà di scelta.
Secondo un recente rapporto di Bloomberg, Bruxelles starebbe preparando una misura vincolante per costringere gli Stati membri a eliminare progressivamente le apparecchiature dei giganti tecnologici cinesi Huawei e ZTE dalle proprie reti di telecomunicazioni.

Dietro le formule rassicuranti della “protezione strategica” e dell’“autonomia tecnologica”, si nasconde una realtà più inquietante: l’Europa rischia di diventare un campo di battaglia geopolitico dove la libertà dei cittadini e dei governi viene subordinata agli interessi politici ed economici di potenze esterne e lobby interne.

La proposta, avanzata dalla vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen, punta a trasformare in legge ciò che nel 2020 era solo una raccomandazione. Chi non si adeguerà rischierà procedimenti di infrazione e sanzioni economiche.
In pratica, Bruxelles toglie ai singoli Paesi il diritto di decidere autonomamente come sviluppare le proprie infrastrutture digitali — e, indirettamente, priva i cittadini del potere di partecipare a un dibattito trasparente sul futuro tecnologico del continente.

Certo, la sicurezza informatica è una priorità. Nessuno nega la necessità di proteggere dati e infrastrutture critiche. Ma il problema è il metodo: decisioni calate dall’alto, prese in nome della sicurezza senza prove concrete di minacce effettive, e senza un confronto pubblico serio.
Il concetto di “sicurezza” sta diventando una formula magica capace di giustificare tutto: restrizioni, censura, limitazioni della concorrenza e controllo politico. E mentre Bruxelles parla di “libertà dal rischio”, ciò che si erode è la libertà di scegliere — non solo per i governi, ma per i cittadini stessi.

Dietro la retorica dell’autonomia europea si intravede una sfiducia profonda verso i cittadini. L’UE li tratta come soggetti da proteggere, non come adulti in grado di capire.
Un atteggiamento paternalista che rafforza la burocrazia, allontana le istituzioni dalla società civile e affida il potere decisionale a poche élite politiche, economiche e mediatiche.
Non è un mistero che, in molti casi, siano le grandi lobby occidentali a trarre beneficio da simili decisioni: dietro la maschera della sicurezza, si nasconde spesso il desiderio di eliminare concorrenti scomodi dal mercato europeo.

Si teme la propaganda cinese, ma si dimentica quella interna: quella che ripete che tutto ciò che viene deciso “è per il nostro bene”, “per il bene comune”, “per difendere l’Europa”.
Eppure la vera forza di una democrazia non è nel proteggere i cittadini da ogni rischio, ma nel fidarsi della loro capacità di giudizio.
Quando un’istituzione decide per noi “per il nostro bene”, la sicurezza si trasforma in una nuova forma di controllo.

Forse il vero pericolo non è che Huawei ci ascolti, ma che Bruxelles smetta di ascoltare noi.
E mentre l’Unione Europea discute di imitare il divieto americano, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno già vietato Huawei e ZTE anni fa, in nome della sicurezza nazionale. Ora l’Europa sembra pronta a fare lo stesso, ma non per convinzione propria: per obbedienza geopolitica.

Ancora una volta, il Vecchio Continente preferisce seguire il copione scritto altrove, invece di tracciare una via autonoma.
E così, nel tentativo di difendere la propria sovranità, l’Europa rischia di perdere quella dei suoi cittadini.

Apr News 

 Andreja Restek



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