Soffocati dalla sete, connessi al futuro: il paradosso dei data center nel Piemonte senz’acqua

A Trino nascerà uno dei più grandi poli digitali d’Europa. Ma in una terra che combatte contro la siccità cresce una domanda: il futuro digitale può convivere con i limiti dell’ambiente che lo ospita?

Il Ticino oggi mostra una ferita difficile da ignorare. Dove un tempo l’acqua disegnava il paesaggio piemontese, in alcuni periodi restano distese di ciottoli e sponde sempre più esposte. Le risaie del Vercellese e del Novarese, simbolo di un’agricoltura costruita proprio sull’equilibrio dell’acqua, hanno vissuto negli ultimi anni momenti di forte difficoltà a causa della siccità. La crisi idrica non è più un evento eccezionale. È diventata una condizione con cui il territorio dovrà imparare a convivere.

Eppure proprio qui, a pochi chilometri da questi campi, si prepara una delle più grandi trasformazioni industriali del Piemonte: il Cavour Hyperscale Campus di Trino Vercellese, un progetto da oltre 4 miliardi di euro che punta a trasformare l’area dell’ex centrale Galileo Ferraris in un grande polo per l’elaborazione dei dati. Un investimento che porta con sé opportunità importanti: lavoro, innovazione, riqualificazione di un sito industriale dismesso.

Ma anche una domanda che non può essere ignorata: può un territorio che fatica a difendere la propria acqua ospitare una struttura che richiederà enormi quantità di energia e infrastrutture?

Il cloud non è una nuvola. Siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di invisibile. Parliamo di “cloud” come se i nostri dati fossero sospesi nell’aria. La realtà è molto diversa. Dietro ogni fotografia salvata online, ogni ricerca su internet, ogni video visto in streaming e ogni applicazione di intelligenza artificiale ci sono enormi edifici industriali pieni di server, sistemi elettrici e impianti di raffreddamento. Il problema principale è il calore. Migliaia di macchine lavorano continuamente e devono essere mantenute a temperature adeguate. Per questo il raffreddamento è uno degli aspetti più importanti nella progettazione di un data center.

In molti casi, nel mondo, sono stati utilizzati sistemi che impiegano acqua perché particolarmente efficienti. Ma quando queste strutture sorgono in territori già segnati dalla scarsità idrica, il tema diventa inevitabilmente delicato.

Il polo di Trino potrebbe arrivare a una potenza di circa 400 megawatt: un valore che dà la misura delle dimensioni dell’opera.

Non si tratta semplicemente di un edificio pieno di computer, ma di una nuova grande infrastruttura industriale che funzionerà senza interruzioni.

La scelta dei sistemi di raffreddamento sarà quindi fondamentale. Soluzioni che riducono il consumo diretto di acqua possono rappresentare una risposta alla crisi idrica, ma possono richiedere maggiore energia per funzionare. Il problema, quindi, non scompare: cambia forma. Se si utilizza meno acqua, aumenta la necessità di elettricità. E produrre grandi quantità di energia ha comunque un impatto sul territorio.

La domanda diventa allora più ampia: stiamo semplicemente spostando il consumo da una risorsa all’altra?

Le lezioni che arrivano dal resto del mondo

Il caso di Trino non è isolato. Negli ultimi anni molti Paesi hanno iniziato a interrogarsi sul rapporto tra crescita digitale e disponibilità delle risorse.

Negli Stati Uniti, in particolare in Arizona, la presenza crescente di data center ha aperto discussioni sul consumo di acqua in territori già colpiti dalla siccità. Il problema non riguarda soltanto il singolo impianto, ma l’effetto complessivo di molti progetti concentrati nella stessa area.

In Irlanda la questione principale è stata invece quella energetica. La forte crescita dei data center ha acceso il dibattito sulla capacità della rete elettrica nazionale di sostenere una domanda sempre maggiore.

Nei Paesi Bassi, alcune amministrazioni hanno iniziato a chiedere maggiore attenzione al consumo di suolo, all’utilizzo dell’energia e alla localizzazione delle nuove strutture.

La lezione comune è una sola: una grande infrastruttura tecnologica non può essere valutata soltanto per il valore economico che genera, ma anche per il peso che lascia sul territorio.

Il rischio di dimenticare ciò che sta sotto il digitale Il progresso tecnologico è indispensabile. L’intelligenza artificiale, i servizi digitali e la connettività saranno sempre più presenti nella nostra vita. Ma ogni innovazione ha bisogno di risorse reali. Dietro ogni dato ci sono acqua, energia, materiali, territorio. Il rischio è quello di immaginare un futuro completamente digitale dimenticando che quel futuro poggia su elementi molto concreti. Per questo il progetto di Trino dovrà essere accompagnato da risposte chiare e trasparenti: quanta acqua utilizzerà realmente? quanta energia richiederà? quali saranno i benefici per la comunità locale? quali garanzie saranno date per proteggere l’ambiente?

La riqualificazione dell’ex centrale Galileo Ferraris forse può rappresentare una grande opportunità. Trasformare un luogo simbolo dell’energia del passato in un centro tecnologico del futuro è un’idea ambiziosa. Ma proprio per questo deve essere affrontata con responsabilità. La vera sfida non è scegliere tra tecnologia e ambiente. La vera sfida è dimostrare che possono crescere insieme. Perché il futuro digitale non può essere costruito consumando il territorio che dovrà ospitarlo. I dati possono stare nel cloud. Ma l’acqua, i fiumi e la terra restano qui. E non possono essere sostituiti.

ps 

I principali rischi concreti individuati da esperti e associazioni locali riportati qui includono: 

1. Rischio di inquinamento chimico delle falde

Nelle torri di raffreddamento tradizionali non si usa acqua pura, ma miscelata con massicce dosi di sostanze chimiche (biocidi, cloro e anticorrosivi) per evitare alghe e calcare. Se i fiumi circostanti sono in secca, lo scarico di queste acque reflue concentrate o eventuali perdite rischiano di avvelenare le falde acquifere locali. Questo comprometterebbe l’acqua potabile per la popolazione e quella pulita necessaria per l’agricoltura.

2. “Cannibalizzazione” dell’energia verde

Il polo richiederà una quantità astronomica di elettricità, paragonabile al consumo di una città di medie o grandi dimensioni. Esiste il rischio reale che il data center assorba tutta l’energia pulita prodotta dai parchi solari della zona. Invece di decarbonizzare le case e le fabbriche del Piemonte, l’energia rinnovabile verrebbe interamente “bruciata” per far funzionare i server, costringendo il resto della regione a dipendere ancora dai combustibili fossili. 

3. Stress e blackout della rete elettrica

L’enorme e costante prelievo di potenza impegnerà la rete ad altissima tensione (gestita da Terna) ai suoi limiti strutturali. Questo picco continuo può generare instabilità sulla rete elettrica locale, aumentando il rischio di sbalzi di tensione o blackout per le comunità e le imprese vicine. 

4. Il “Paradosso Idrico Indiretto” delle centrali

Anche se il data center di Trino utilizzasse un sistema ad aria a circuito chiuso per azzerare il consumo d’acqua sul posto, genererebbe un enorme consumo idrico indiretto a monte. Per produrre la monumentale quantità di energia elettrica di cui ha bisogno, le centrali termoelettriche nazionali dovranno bruciare più combustibile, consumando a loro volta miliardi di litri d’acqua per il proprio raffreddamento, aggravando la crisi idrica complessiva del Paese. 

5. Inquinamento acustico continuo

Migliaia di server richiedono enormi ventilatori industriali attivi 24 ore su 24 per lo smaltimento del calore. Questo genera un ronzio a bassa frequenza costante e ininterrotto. Se non adeguatamente isolato, l’impatto acustico può devastare la fauna locale e compromettere gravemente la qualità della vita dei residenti nelle aree limitrofe. 

Apr news 

Andreja Restek 



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