Ucraina – Crimea: Andata e ritorno “oltre – cortina”

Ukraina, Crimea, Simferopol, Russia, treno Sevastopol - Kiev ph Andreja restek,

 

La prima sensazione, palpabile, immediata, è stata il freddo. Il gelo di un edificio dove da ore, o forse da qualche giorno, era stato staccato il riscaldamento. Alla reception, in un fabbricato fatiscente, quasi un magazzino dismesso in una strada secondaria e sterrata, hanno esaminato la mia prenotazione e mi hanno assegnato la stanza: l’unica che avevo trovato libera, in tutta la città di Sinferopoli.

Al muro, appese, vecchie fotografie di macchine Jaguar. Sono entrata in camera. E lì mi sono accorta che non solo i termosifoni erano ghiacciati, ma dal rubinetto non scendeva l’acqua. La connessione Internet andava a singhiozzo: lenta, lentissima. Con ogni probabilità, ogni comunicazione era sotto stretto controllo.

Alle spalle, avevo un viaggio faticoso. A Kiev, qualche giorno prima, avevo acquistato un biglietto aereo con destinazione la capitale della Crimea. Ma quando mi sono presentata all’aeroporto, la sorpresa è stata amara. La mia prenotazione – dicevano – non era valida. Per imbarcarmi, dovevo acquistare un nuovo biglietto, più o meno pagando il doppio di quanto già sborsato. Eppure, l’addebito sulla mia carta di credito era un fatto. Era reale.

L’intera situazione induceva a far scattare più di un campanello d’allarme. Qualcosa, in Ucraina, stava per accadere. Ma in quel momento, al banco del check-in, non avevo il tempo di fermarmi a pensare. Istintivamente, immediatamente, ho deciso. Ho iniziato a trattare sul prezzo, come al mercato del bestiame: ribasso dopo ribasso, sono riuscita a strappare un accordo. E sono salita a bordo di un aereo, che viaggiava mezzo vuoto.

Nella capitale della Repubblica autonoma di Crimea sono atterrata di sera, mercoledì 27 febbraio: con l’aiuto della gente, domandando ai passanti, sono riuscita a trovare un taxista, che non fosse uno strozzino e che mi ha accompagnato fino all’hotel in cui avevo prenotato. Mano a mano che mi avvicinavo all’albergo, la situazione mi pareva via via più irreale. Quando abbiamo imboccato una strada sterrata, ho temuto. Invece, ero arrivata.

La mattina del 28 febbraio, appena sveglia, sono andata in centro città, davanti al Parlamento e qui ho capito ciò che stava accadendo. Tutto si è svolto in poco, anzi pochissimo tempo. In una manciata di ore, di una mattina ghiacciata, sulla Rada, sul Parlamento della Repubblica indipendente di Crimea, ha cominciato a sventolare la bandiera russa.

Fuori, trapelavano, a spazzi, le notizie. Dentro il Parlamento, si diceva, c’erano 50 persone armate, senza segni distintivi sulle divise. Nello stesso momento, il Consiglio dei Ministri era stato occupato da altri 100 uomini, armati fino ai denti, mentre l’aeroporto di Sinferopoli era nelle mani di un gruppo di altri 150 uomini, armati.

Davanti al palazzo del Governo, i cordoni di polizia presidiavano. Ma non si vedevano. Mescolati tra la popolazione, uomini con giacche nere passavano e osservavano tutto, da vicino e da lontano, incutendo un senso di diffuso timore. Intanto, cresceva la voce dei manifestanti filo-russi: nella piazza risuonavano note di musica inconfondibilmente sovietica, a sottolineare un tacito consenso e un diffuso pensiero.

Il Governo – questo si diceva fra la gente – è in riunione per decidere le prossime mosse. Il popolo se lo aspettava: in molti, confidavano nell’indizione di un referendum.

In una piazza euroscettica e che si dichiarava contro “le politiche della Nato”, in parecchi cercavano però di informarsi con i giornalisti stranieri. Qual è la situazione in Europa? Cosa pensa, l’Occidente? Cosa decideranno di fare? Un ex poliziotto della sezione criminale e combattente in Afghanistan, cercava di influenzare un collega. «Dovete raccontare al mondo – intimava – che siamo un popolo pacifico, che non vogliamo la guerra. Manifestiamo per la nostra autonomia, vogliamo buoni rapporti con la Russia e con L’Ucraina». Ma un’ombra scura scendeva sul volto di chi era interrogato circa la presenza di soldati russi in Ucraina.

Venerdì 1° marzo, a un giorno di distanza, gli umori erano cambiati: i soldati russi erano acclamati come salvatori, in difesa dai gruppi nazisti presenti in piazza Maidan, a Kiev.

Il primo ministro Aksenov e il capo gabinetto Kostantinov, in conferenza stampa, hanno dichiarato che avrebbero combattuto contro la corruzione e per il bene del popolo. Alla domande su chi fossero gli uomini armati presenti nell’edificio, la risposta è stata un secco “no comment”.

Nel frattempo, i gruppi armati avevano preso il controllo dello spazio aereo ed istituito la no fly zone. In poche ore, sono stati chiusi tutti gli aeroporti ed è stato interdetto l’accesso ai civili: qui, sabato mattina, si poteva assistere allo sbarco dei soldati russi. Erano annunciati in 400: in poche ore, il numero è salito ad almeno a duemila.

Sabato, trascorsi due giorni a Sinferopoli, dovevo rientrare a Kiev e da lì far ritorno in Italia. Sono arrivata all’aeroporto alle 4 del mattino e mi sono accorta che lo scalo era stato “militarizzato” e che tutti i voli civili erano stati cancellati. Mi è stato ordinato di andarmene e mi è stato vietato di scattare fotografie. Ivan, il mio autista, mi ha proposto di andare alla stazione dei pullman, ma anche quella strada si è rivelata inutile: i pullman erano stati soppressi. Non rimaneva che tentare con i treni, anche se il giorno prima non era partito nessun convoglio.

Dopo otto ore di attesa in stazione, alle 14, sono riuscita a partire per Kiev: 16 ore di viaggio, in vagoni con cuccette aperte, insieme a tante altre persone. Molti lasciavano la Crimea. La mia vicina di letto -una madre con due figli piccoli- era stata mandata via da Sebastopoli da suo marito, militare. Alla mia domanda su quanto tempo sarebbe stata via, mi ha risposto: “Tornerò quando finirà tutto questo”.

Durante il viaggio ho incontrato molta gentilezza, mi è stato offerto da mangiare, pane e mele, e da bere. Un popolo che ha così poco, che vive in una nazione dove un medico guadagna 120 euro al mese ed è costretto a fare altri tre lavori per poter sfamare la propria famiglia, non manca la generosità nei confronti di chi ha bisogno.

La mattina dopo alle 7 sono arrivata a Kiev in perfetto orario, giusto in tempo per raggiungere l’aeroporto per il rientro in Italia.

Andreja Restek

 fonte Il fatto quotidiano

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Categorie:Esteri, Politica

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