Il grande rogo invisibile: quando l’Intelligenza Artificiale divora la carta per nutrirsi 

Nel 1953, Ray Bradbury immaginò un futuro in cui i libri venivano bruciati da vigili del fuoco per impedire la circolazione del pensiero critico. 

Settant’anni dopo, la realtà ha superato la fantascienza, assumendo contorni inquietanti. Nessun falò in piazza, nessuna divisa: i libri oggi non vengono distrutti per paura del loro contenuto, ma per una vorace ed egoistica appropriazione. Vengono trinciati per alimentare i modelli linguistici delle multinazionali dell’Intelligenza Artificiale.

Inchieste condotte da testate come 404 Media, unite alle denunce di librai antiquari tra l’Europa e gli Stati Uniti, hanno portato alla luce una prassi  sistematica e macabra. Attraverso software automatizzati, intermediari e broker di dati acquistano in blocco migliaia di volumi usati, storici e fuori catalogo su mercatini e piattaforme online. 

Inserendo dei localizzatori AirTag in alcune spedizioni di saggi e opere di nicchia, i giornalisti hanno tracciato il viaggio di questi volumi: destinazione finale, centri di scansione ad alta velocità collegati a colossi del tech e della distribuzione come Amazon o aziende di IA del calibro di Anthropic.

Arrivati a destinazione, i libri subiscono una vera e propria esecuzione meccanica. La rilegatura viene ghigliottinata per separare le singole pagine e permettere agli scanner industriali di inghiottirle a centinaia al minuto. Una volta estrapolato il testo, la carcassa di carta finisce direttamente al macero. È il cosiddetto destructive scanning: la trasformazione del patrimonio tipografico in ridotta in sequenze di byte.

La scusa ufficiale delle Big Tech si ammanta di pragmatismo: digitalizzare la conoscenza per renderla “eterna” nel “cervello” degli algoritmi, aggirando al contempo le maglie del copyright e del fair use. Ma la realtà sottostante rivela una crisi ben più profonda del mondo digitale. L’Internet contemporaneo, oramai saturato da spazzatura sintetica, testi generati da Bot, allucinazioni e disinformazione a basso costo, è diventato un bacino “inquinato”. Se un modello di IA si addestra su dati generati da un’altra IA, cade inevitabilmente nel cosiddetto model collapse, un degrado cognitivo irreversibile.

Ed ecco il grande paradosso del capitalismo tecnologico: per continuare a costruire l’illusione di un’intelligenza sovrumana, la tecnologia ha disperatamente bisogno di ciò che la precede. Caccia l’ingrediente più raro e prezioso sul mercato: la verità umana incontaminata. I testi stampati prima della rivoluzione digitale rappresentano l’unico bacino linguistico rimasto libero da tossine sintetiche, frutto di decenni di studio, scrittura sensata, revisioni e cura editoriale.

Tuttavia, le conseguenze di questa appropriazione barbara sono devastanti. Storici, bibliotecari e scienziati sono sul piede di guerra. Sebbene gran parte di questi libri non siano rinascimentali o codici dal valore inestimabile, si tratta spesso di monografie locali, saggi dimenticati o edizioni fuori catalogo tirate in poche centinaia di copie. La loro distruzione sistematica rischia di cancellare definitivamente l’unica testimonianza fisica esistente di determinati saperi.

La digitalizzazione, che nell’era dell’Illuminismo e delle grandi biblioteche pubbliche era nata come atto di conservazione e democratizzazione della cultura, è stata piegata al profitto privato e si è trasformata nel suo opposto: una privatizzazione distruttiva. L’IA non sta salvaguardando il nostro passato; sta cannibalizzando la nostra memoria materiale per rivenderci, a caro prezzo, un’eco sintetica e spesso imprecisa di ciò che ha trinciato.

Quando l’ultima copia di un testo dimenticato viene trasformata in polvere di carta e codice binario, non si perde solo un oggetto tangibile. Si perde la prova regina della nostra storia, la possibilità di verificare la fonte originale e, soprattutto, l’autonomia della conoscenza umana. Di fronte a questo rogo silenzioso, non possiamo rimanere spettatori passivi: la tutela del patrimonio bibliografico deve diventare, oggi più che mai, un’urgente battaglia di resistenza culturale.

Apr news
Andreja Restek 



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