
Il 28 luglio 2016, Abu Mohammad al-Julani, oggi conosciuto come Ahmad al-Sharaa, si presentò per la prima volta a volto scoperto. In quel discorso annunciò la rottura formale con Al-Qaeda e il cambio di nome del Fronte Al-Nusra in Jabhat Fateh al-Sham, organizzazione che in seguito sarebbe diventata Hay’at Tahrir al-Sham (HTS).
Per la comunità internazionale, però, quella mossa non bastò. Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite considerarono fin dall’inizio la separazione da Al-Qaeda una scelta tattica più che ideologica. Il nuovo nome fu rapidamente inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche insieme a quello precedente. Il messaggio era chiaro: cambiare insegna non significava cambiare natura. La motivazione era semplice. Pur prendendo le distanze dal progetto del jihad globale promosso da Al-Qaeda, il gruppo continuava a essere accusato di imporre una rigida interpretazione della legge islamica e di essere responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Per questo motivo, la definizione di “organizzazione terroristica” rimase invariata.
Eppure oggi il contesto è radicalmente diverso. Nel corso degli anni, diversi governi occidentali e regionali hanno avviato contatti con le nuove autorità siriane guidate da Ahmad al-Sharaa. Per alcuni si tratta di un inevitabile esercizio di realismo politico, necessario per affrontare una nuova fase della crisi siriana. Per altri, invece, questa evoluzione rappresenta una contraddizione difficilmente ignorabile. Ed è qui che emerge il tema dell’ipocrisia geopolitica. Per anni è stato ripetuto che un cambio di nome non poteva cancellare il passato. Che la sostanza contava più della forma. Che non era possibile legittimare chi proveniva da un’organizzazione considerata terroristica.
Se questo principio era corretto allora, perché oggi il linguaggio diplomatico sembra essere cambiato? Se il passato non poteva essere archiviato con un nuovo nome, può esserlo con un nuovo equilibrio geopolitico? Naturalmente, la diplomazia impone spesso di dialogare anche con interlocutori scomodi. La storia internazionale è piena di ex gruppi armati che, dopo guerre e transizioni, sono entrati nei processi politici. Ma proprio per questo sarebbe opportuno evitare narrazioni assolute. Quando gli interessi strategici cambiano, cambiano spesso anche le priorità politiche.
Il problema non è tanto il dialogo in sé. Il problema nasce quando le scelte vengono presentate come questioni di principio, salvo poi essere riviste quando mutano gli equilibri internazionali. È questa apparente doppia misura che alimenta lo scetticismo di molti osservatori. Perché dà l’impressione che alcune etichette siano immutabili fino al giorno in cui smettono di esserlo per convenienza politica. La geopolitica non è un tribunale morale. È il luogo in cui sicurezza, interessi nazionali e rapporti di forza si intrecciano continuamente. Tuttavia, proprio perché le decisioni sono spesso dettate dal pragmatismo, sarebbe auspicabile riconoscerlo apertamente, anziché rivestirle sempre di un linguaggio fondato su principi universali.
Dieci anni dopo quel video del 28 luglio 2016, la domanda rimane la stessa: sono davvero cambiati gli uomini, oppure sono cambiati gli interessi di chi oggi è disposto a dialogare con loro?
Forse la risposta più onesta è che, in politica internazionale, la coerenza è spesso la prima vittima della ragion di Stato. Se il tuo obiettivo è pubblicarlo come editoriale o post d’opinione, questo testo è più incisivo ma evita affermazioni categoriche non dimostrate e invita il lettore a riflettere sul rapporto tra principi dichiarati e pragmatismo nella politica internazionale.
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Andreja Restek
Categorie:Cronaca, Esteri, Inchieste Varie, Personaggi, Politica, Terrorismo Gruppi
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