Siria: “Combattiamo per dare un futuro al nostro popolo” Intervista a Yosef Abobaker del FSA

05/08/2013 Syria Aleppo ph © Andreja Restek

ll suo volto ha ormai assunto l’aria marziale di un soldato, ma gli occhi svelano l’anima di un giovane coraggioso che non aspetta altro se non di abbandonare le armi e dimenticare il fronte, la guerriglia che si combatte strada per strada ad Aleppo. Prima della rivoluzione e di indossare la mimetica, Yosef Abobaker era un brillante studente di ventiquattro anni, iscritto alla Facoltà di Amministrazione aziendale dell’Università di Beirut. Oggi, sogna la nuova Siria, “quella che dobbiamo costruire per i nostri figli, dove a tutti dovranno essere garantite istruzione e cultura. Perché non conoscano più la paura che ha fatto tacere le generazioni dei nostri padri”.

I media occidentali spesso descrivono la tua città in guerra come la “Stalingrado siriana”, qual è la reale situazione oggi ad Aleppo?

“Noi abbiamo circondato il regime, al punto da lasciarli anche per una settimana senza cibo, senza benzina e abbiamo riaperto un passaggio solo quando ce l’hanno chiesto i civili, così da permettere alla Croce Rossa e alla Mezzaluna Rossa di fornire approvvigionamenti a chi vive nella parte della città controllata dagli uomini di Assad. Dallo scorso autunno ad oggi sono cambiate alcune cose. Il regime voleva chiudere velocemente il conflitto, in maniera aggressiva e cruenta anche a costo di uccidere molte persone, così da indurre il nostro popolo ad aver paura e chiedere al Free Syrian Army di andare via e non creare problemi. Ma, giorno dopo giorno, le persone hanno cominciato a vedere che il nostro esercito prendeva il controllo di alcune grandi città e di altri siti strategici per dare vita ad un nuovo stato. Abbiamo ricominciato a produrre il pane, a fornire elettricità, acqua e servizi alla popolazione, mentre il regime ne perdeva il controllo, non avendo più industrie. Abbiamo preso alcune strade, come quelle che dalla Turchia portano ad Aleppo, per trasportare ciò di cui c’era e c’è necessità. Il nostro popolo è davvero stanco e vuole tornare alla vita, soprattutto chi ha vissuto e vive nei campi profughi e ha scelto di tornare a casa anche a costo della vita”.

Pensi che il Free Syrian Army abbia un vantaggio sulle truppe di Assad?

“Siamo davvero forti adesso e nelle ultime settimane abbiamo conquistato due importanti aree della parte ovest della provincia di Aleppo, Rashdin e Khan al Assel. Ogni giorno molti soldati depongono le armi del regime ed entrano nel Free Syrian Army. Non sappiamo quanti soldati abbia Assad, anche perché tanti vengono ad aiutare il regime da fuori, sono civili o guerriglieri, come nel caso dei libanesi di Hezbollah, altri provengono dallo Yemen, dall’Iraq, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Persino dalla Cina”.

Come è cambiata la vita dei civili in questi ultimi mesi?

“Noi adesso abbiamo due corti giuridiche, una islamica e una civile. Abbiamo un apparato di polizia militare e un Consiglio civile che si occupa delle infrastrutture. Vi faccio un esempio di come funzionano le cose: tre mesi fa ci siamo occupati di una katiba (brigata) molto feroce che applicava la legge islamica, la Shari’a: siamo intervenuti per fermarla e ci siamo riusciti, mentre solo tre giorni  fa ci siamo occupati degli uomini di un checkpoint al confine con l’area controllata dal regime che facevano traffici, importunavano le donne ed erano corrotti. Li abbiamo fermati”.

Anche le donne hanno un ruolo attivo nella rivoluzione? Di cosa si occupano?

“Abbiamo delle attiviste che lavorano nelle cucine per i poveri e altre impegnate nel Consiglio civile di Aleppo, ma ci sono anche delle donne combattenti”.

Cosa ne pensa la generazione dei vostri genitori?

“Posso parlarvi della mia esperienza, di ciò che pensano mia madre e mio padre. Loro hanno vissuto anche sotto il padre di Bashar al-Assad, Hafiz. Tacevano, erano costretti a farlo per paura, ma ora hanno capito che è venuto il momento di prenderci la nostra libertà. Loro non hanno denaro per supportarmi, ma mi hanno detto di scegliere la mia vita e il mio futuro. Hanno visto cosa era la vita prima della rivoluzione, quando per studiare c’era bisogno di molto denaro, sebbene ci fossero pessime scuole e anche per avere un lavoro bisognava passare attraverso la corruzione. Mi dispiace dirlo, non voglio sembrare presuntuoso, ma ora ho un compito importante per il mio paese. Non importa se sei giovane o vecchio, ricco o povero, bisogna andare avanti: abbiamo bisogno di soldati, medici, ingegneri”.

Cosa speri per il futuro del tuo paese? 

“Non vogliamo nuove armi o un supporto militare perché pagheremmo un prezzo alto in futuro. Vorrei un supporto ai progetti civili per ricostruire il paese. Sogno che un giorno il mio paese diventi come il Libano, dove ci sono cultura e istruzione. Ma dobbiamo farcela da soli. Vorrei che un giorno il mio popolo non avesse più paura del potere o del presidente, ma capisca che sono al loro servizio e il presidente è un loro salariato. Se vuoi costruire un grande palazzo, forte e resistente, bisogna partire da solide basi”.

Enrico Romanetto

Andreja Restek 

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Categorie:Esteri, Personaggi, Politica

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