Libano: Nel Paese dei cedri

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Ieri il presidente libanese Michel Aoun ha tenuto colloqui con altri leader politici libanesi, discutendo sul futuro del governo del primo ministro Saad al-Hariri. L’ufficio della presidenza comunica che i colloqui sono stati positivi e costruttivi, senza aggiungere altri particolari. Il presidente ha invitato le forze politiche libanesi a rimanere fuori dai conflitti regionali, messaggio rivolto in particolare al gruppo Hezbollah presente in Libano.

Le discussioni sulla dimissione di al-Hariri hanno creato instabilità politica e dividono il Paese. Molti sono convinti che l’Arabia Saudita abbia costretto alle dimissioni il primo ministro, fatto negato dai sauditi e non accettato da molti libanesi.

I libanesi anch’essi sono divisi tra di loro, il commento ricevuto più sovente è che non è successo niente di nuovo, dicono.

Alcuni raccontano “noi siamo abituati a questi sbalzi estremi dei nostri politici, per noi non è una novità. Negli anni abbiamo capito che, quando si arriva a questo punto, i nostri politici ci stanno preparando a qualche cambiamento, che qualcosa succederà. Il nostro primo ministro è sunnita e obbedisce all’Arabia Saudita e dall’altra parte ci sono gli sciiti che controllano il paese e la politica. Se dovessimo far caso a ogni terremoto politico del nostro paese non usciremmo più di casa”.

Ho posto alcune domande alle persone che incontravo.

Avete paura della guerra?

Sì e no, questa terra non è stata mai in pace, siamo sempre stati in guerra, ma le persone, come vedi, continuano a vivere la loro vita come se niente fosse. Il Libano, soprattutto la capitale Beirut, è tutta una contraddizione. Da una parte ci sono i negozi di lusso e le strade pulite ma appena giri l’angolo c’è la povertà più estrema. Le scarpe indossate dalla persona che vive a Downtown costano quanto lo stipendio di un’intera famiglia che vive dall’altra parte della città. Questo è il Libano, questa è Beirut”.

Un altro ragazzo aggiunge: “se scoppia la guerra io sono pronto a difendere il mio paese, con questo non voglio dire che non avrei paura, ma difenderei la mia famiglia e il mio paese”.

La sanità e l’istruzione come sono?

E’ tutto nelle mani dei privati, il nostro sistema sanitario e scolastico è simile a quello americano. Per curarci dobbiamo stipulare delle assicurazioni che hanno un costo di circa 80 dollari al mese. Lo stipendio di un impiegato pubblico oscilla da 600 a 1100 dollari, nel privato si va dai 500 ai 1500 dollari, ma il problema più grosso è che il 50% dei libanesi si trova sotto la soglia di povertà e non è in grado di sostenere spese di questo tipo. Vista l’elevata disoccupazione che c’è nel paese, molti giovani si arruolano nell’esercito, che oltre allo stipendio garantisce loro le cure mediche che altrimenti dovrebbero pagare da soli. Le cure mediche per gli statali sono infatti coperte dallo stato. L’università è il problema più sentito, i pochissimi atenei pubblici di non ottima qualità richiedono test d’ingresso difficilmente superabili, così rimangono quelli privati che hanno costi altissimi. Per esempio un anno di medicina ha un costo di circa 40000 dollari”.

La religione influenza la vita quotidiana?

La religione è presente dappertutto. Ha troppa influenza sulla vita delle persone. Sia quella musulmana sia quella cattolica influenzano ogni aspetto della nostra vita. Questo è infatti il vero problema di questo Paese”, racconta uno dei miei interlocutori. L’altro ragazzo scherzando aggiunge: “in Libano prima ti chiedono come ti chiami e poi di che religione sei. Se non sei credente, nella capitale non è un problema, ma se vai al Nord è meglio non dire che sei ateo, potresti avere qualche problema.“

Che cosa speri per il futuro?

Vorrei che le religioni fossero meno presenti nella vita nelle persone. Si tratta di una questione personale, privata che dovrebbe stare fuori dalla politica e soprattutto non dovrebbe influenzare e governare un Paese”.

Il secondo ragazzo è molto fiducioso e crede che il suo futuro sarà positivo, “non credo che rimarrò in Libano, andrò sicuramente via, forse in Cina dove ho vissuto per tre anni.

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Categorie:Esteri, Politica

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