Nel mio lavoro sovente succede che diventi come un “terzo sesso”

Repubblica di Buriazia; Russia; Andreja Restek

Sovente mi fanno domande sul mio lavoro, chiedendomi un “pensiero”sul mestiere che ho scelto, risposta per niente facile. Per questo motivo oggi ho deciso di pubblicare questa mia riflessione. 
Nei reportage di guerra riportiamo i fatti della vita e della morte, raccontiamo il perché le persone vanno in guerra e l’opinione pubblica.

Ogni donna o uomo che ha deciso di intraprendere questo cammino e abbracciare questo mestiere, per niente facile, ha una grande responsabilità e non può essere diversamente.

Le persone che hanno perso ogni cosa, la propria casa, i propri cari, a volte si denudano davanti alla nostra fotocamera e ci regalano il loro ultimo bene che è la loro storia, e noi dobbiamo essere estremamente rispettosi e grati per questo. Rispettosi nei loro confronti e verso le persone che leggeranno queste storie e che guarderanno le nostre fotografie.

Le difficoltà in questo lavoro sono molteplici.

Quando una donna decide di intraprendere il lavoro come corrispondente di guerra e si trova a lavorare, per esempio, in paesi di religione musulmana, dove i diritti delle donne non sono uguali a quelli degli uomini, sovente succede che diventi come un “terzo sesso”.

Una cosa è certa, quando si incomincia questo lavoro bisogna sapere che questi viaggi sono viaggi senza ritorno, sono partenze che hanno il biglietto di sola andata.

Rimarranno molte cicatrici invisibili che si porteranno dentro per il resto della vita, a volta sbiadiscono ma non se ne andranno mai più.

I volti dei bambini, delle donne e degli uomini che si incontrano lungo la strada diventano parte di te e alcuni non ti abbandonano mai e sovente ritornano quando meno lo aspetti.

E’ importante conoscere questo lato del lavoro, che dall’esterno sembra tanto affascinante, ma che cambia profondamente la tua persona.

Questo mestiere ti darà anche tanto, si incontrano delle persone che, sotto le bombe e rimaste senza niente, ti proteggeranno, ti salveranno da situazioni pericolose, offrendoti l’ultimo boccone del cibo che possiedono.

Nel giornalismo, secondo il mio punto di vista, la regola fondamentale è essere imparziali e neutrali, una delle cose più difficili ma fondamentali. Un’altra regola che tutti dovremmo seguire è quella di essere informati, conoscere la storia del paese che vogliamo raccontare, la geopolitica, in breve studiare molto, prima di avventurarci in contesti difficili e pericolosi, perché altrimenti si rischia di diventare uno dei molti turisti di guerra che cercano solo emozioni forti e non vedono ciò che li circonda.

Non si può fare questo lavoro pensando di vincere qualche premio internazionale, questo non è un lavoro, è una missione.

Dietro ogni scatto che si fa c’è una vita, una storia e tutte sono importanti nello stesso modo.

Non basta essere un bravo fotografo, bisogna essere capaci di osservare, vedere, ascoltare e rimanere imparziali.

Pensiamo, sbagliando, che le guerre capitino sempre altrove e che i profughi e i rifugiati siano altri, invece non è così.

Può succedere che un giorno ti svegli e vedi i carri armati sotto la finestra di casa tua e ti rendi conto che sta succedendo qualcosa di terribile, che eri convinto che al paese “civile” come il tuo non potesse mai capitare.

Può succedere di doverti trasferire in un altro Paese e aspettare in lunghe code sotto il freddo per il permesso di soggiorno. Qualcosa che pensavi potesse succedere solo agli altri.

Fotografando e raccontando queste storie mi piacerebbe riuscire a far riflettere le persone. Riflettere sull’importanza di beni come la libertà, la democrazia e la pace.

Ricchezze che spesso diamo per scontate ma che dovrebbero essere protette come si protegge l’amico più caro.

Per me questi racconti non sono facili, ma mai come oggi sono indispensabili, e cerco di trasmetterli con onestà e con il rispetto più profondo perché li sento molto vicini.

Documentare le guerre e il fenomeno migratorio per me è molto importante, perché in qualche modo mi sembra anche di raccontare parte della mia storia.

I grandi maestri ci hanno insegnato che non si può parlare di una guerra se non l’hai vista e non hai parlato con le persone, io aggiungo che sarebbe estremamente irrispettoso.

Condividere le esperienze con le persone vicine e lontane porta ad un arricchimento reciproco. È questo il pensiero che mi spinge a condividere il mio lavoro con il pubblico.

Le differenze nelle fotografie tra donne e uomini che lavorano nei contesti di guerra credo che siano semplicemente di approccio e legate alle diverse sensibilità individuali e culturali.

L’importante è raccontare, in modo professionale e senza ipocrisia, la verità dei momenti drammatici a cui si assiste, perché noi siamo la voce delle persone che voce non hanno e contemporaneamente testimoni dei fatti che diventeranno storia. “

di Andreja Restek

Apr news

ph Stefano Porta

 

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Categorie:Cronaca, Esteri, Inchieste Varie, Personaggi, Politica

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1 reply

  1. Credo che in questo tipo di lavoro, una delle grosse difficoltà sia l’essere imparziali.
    Un augurio sincero.
    Franco

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