
Aggiornamento ottobre 2025
Nel novembre 2023, lo sfruttamento del giacimento di Gaza Marine, al largo della Striscia di Gaza, sembrava poter aprire nuove prospettive economiche e strategiche per i palestinesi e l’intera regione del Mediterraneo orientale. Due anni dopo, la speranza resta sospesa tra diplomazia, interessi energetici e instabilità politica.
Gaza Marine, scoperto negli anni ’90 e stimato in circa un trilione di piedi cubi di gas naturale (circa 28 miliardi di metri cubi di gas), non è ancora stato sfruttato. Nel 2023 l’Autorità Palestinese aveva avviato contatti con l’Egitto e la compagnia EGAS per lo sviluppo del giacimento, con l’obiettivo di primi flussi entro il 2024. Tuttavia, l’escalation del conflitto e le tensioni tra Israele, Hamas e Ramallah hanno bloccato il progetto.
Nel 2024, nonostante alcuni annunci di “ripresa tecnica dei negoziati”, i lavori non sono mai partiti. I principali ostacoli restano: la sicurezza delle infrastrutture offshore, il riconoscimento legale delle acque palestinesi e l’assenza di un accordo politico stabile sul controllo dei profitti. Fonti diplomatiche europee osservano che il gas di Gaza resta “un simbolo di ciò che potrebbe essere, ma che la realtà politica impedisce di realizzare”.
Intanto, Israele ha consolidato la sua posizione di potenza energetica regionale.
Nel 2025 è stato siglato un maxi accordo da 35 miliardi di dollari tra NewMed Energy ed Egitto per incrementare le esportazioni dal giacimento Leviathan, con l’obiettivo di triplicare la produzione entro il 2029. Questo ha rafforzato il legame tra Tel Aviv e Il Cairo, trasformando l’Egitto in hub per liquefazione e riesportazione verso l’Europa. Diversi osservatori rilevano come il conflitto possa avere anche una dimensione economico-strategica: il controllo delle acque e delle infrastrutture energetiche al largo di Gaza garantirebbe a Israele dominio sul corridoio del gas, riducendo la concorrenza palestinese.
Uno dei nodi centrali resta la definizione delle acque economiche di Gaza. Israele non riconosce pienamente le zone marittime dichiarate dall’Autorità Palestinese, e alcune licenze esplorative concesse nel 2024 si sovrappongono alle aree rivendicate da Ramallah. Secondo esperti di diritto marittimo, il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina – che nel 2025 ha ottenuto nuovi consensi simbolici ma non ancora pieni diritti ONU – potrebbe modificare in futuro la situazione legale. Senza controllo effettivo del territorio e con un conflitto prolungato, però, tali diritti restano teorici.
Il ruolo dell’Egitto è diventato ancora più centrale. Pur dichiarando sostegno alla causa palestinese, il Cairo ha esteso fino al 2040 gli accordi energetici con Israele e guida la diplomazia del gas nel Mediterraneo orientale.
Nel 2025 ha riaffermato l’intenzione di aiutare la Palestina a sviluppare Gaza Marine “quando le condizioni lo permetteranno”, ma la priorità resta la stabilità energetica nazionale e la continuità delle esportazioni europee. L’Egitto mantiene così una posizione di equilibrio: interlocutore tecnico per l’Autorità Palestinese e partner economico per Israele.
L’Europa continua a guardare al Mediterraneo orientale come alternativa al gas russo, ma nel 2025 l’attenzione si concentra su progetti già operativi — Leviathan, Karish e Zohr — mentre Gaza Marine resta fuori dai radar concreti. Gli Stati Uniti, inizialmente coinvolti nei negoziati del 2022-23, oggi privilegiano la stabilizzazione politica e militare della regione. L’Unione Europea ribadisce il principio di un uso equo delle risorse naturali, ma senza misure vincolanti per garantire ai palestinesi l’accesso al proprio gas.
Secondo stime aggiornate, Gaza Marine potrebbe assicurare fino a 4 miliardi di dollari di entrate in vent’anni, fornendo energia interna e una minima quota di export regionale. Un potenziale che, in condizioni normali, potrebbe trasformare l’autonomia economica palestinese e ridurre la dipendenza dagli aiuti internazionali. Senza un quadro politico stabile e legale chiaro, però, questi numeri restano teorici, e nessuna compagnia internazionale è disposta a investire in un contesto così rischioso.
Nel 2025 Gaza Marine appare più come un detonatore latente che come chiave di sviluppo: una risorsa preziosa ma inaccessibile, intrappolata tra interessi regionali, frammentazione politica e strategie di potenza. Tra le proposte discusse, il coinvolgimento di Tony Blair nella Gaza International Transitional Authority (GITA) potrebbe garantire gestione tecnica e supervisione internazionale, limitando però l’autonomia palestinese diretta.
Israele consolida la leadership energetica grazie a Leviathan e al rafforzamento dei legami con l’Egitto, mentre il Cairo resta hub energetico regionale e mediatore tecnico per la Palestina. L’Europa osserva senza interventi vincolanti.
Per i palestinesi, i benefici concreti restano limitati: l’attivazione del giacimento e l’autonomia economica futura dipenderanno da stabilità, sicurezza e accordi equi.
In sintesi, Gaza Marine continua a rappresentare una promessa sospesa: simbolo di opportunità economiche e tensioni geopolitiche, più che di risultati concreti.
Andreja Restek – APR News
ottobre 2023
Categorie:Cronaca, Esteri, Inchieste Varie, Personaggi, Politica
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