Vendita d’armi, un business che non conosce crisi

PH © Andreja restek / APR NEWSAleppo, Syria

Ph © Andreja Restek / APR NEWS

La vendita di armi non conosce crisi, e lo dimostrano anche i rapporti ufficiali. Nel 2014 sono stati 424 i conflitti e sono quintuplicate, in 15 anni, le vittime degli attacchi terroristici: da 21 mila a 38 mila morti in media l’anno.

Tutto questo ha fatto sì che il business delle armi, già fiorente, continui a crescere.

Per esempio, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno.

Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati. Tra i maggiori importatori di armi c’è l’Arabia Saudita (+300%), seguita dall’India con +140%.

La spesa militare globale, alla fine del 2014, vede gli Stati Uniti al primo posto (35,1%).

Per il quarto anno consecutivo i gruppi del settore registrano in tutto il mondo utili da capogiro. In testa ci sono aziende statunitensi e dell’Europa occidentale, Francia e Regno Unito su tutti.

Gli Stati Uniti continuano a guardare tutti dall’alto con sette compagnie nella top ten. Prima fra tutte la Lockheed Martin, attiva nei settori aerospaziale e militare.

Nella categoria dei produttori emergenti Brasile, India, Corea del Sud e Turchia che hanno aumentato di oltre il 5% il loro giro d’affari anche se, tutti assieme questi paesi non arrivano al 4% del mercato globale.

Per esempio Il governo francese ha beneficiato molto della guerra contro l’Is. Nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Oggi la Francia è il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania), secondo i dati diffusi dal Sipri. I due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar e all’Arabia Saudita (secondo compratore di armi al mondo).

Al Salone aeronautico di Dubai le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.

Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi, di 4 miliardi e 248 milioni di euro, nonostante esistano divieti agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.

Tra le banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale (dati di Nigrizia, istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento).

Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente. Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi.

Gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine. Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili.

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Categorie:Cronaca, Esteri, Politica

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